1991
Di Isabella Bordoni e Roberto Paci Dalò, Terrae Motvs attraversa il suono, la voce elaborata con live electronics, dove la parola si spersonalizza e trascende e rinuncia al senso per sciogliersi in visione. Il ritmo generale dello spettacolo è dato dal battito del cuore, ritmo biologico e appunto per questo estremamente sofisticato: fuori dal controllo e dalle intenzioni. Percussione naturale che appartiene al mistero e la cui imprevedibilità si sposa con i valori più grandi dell’ “errore” e del “caso”.
La dimensione naturale-umana e quella tecnologica si sporcano reciprocamente e inevitabilmente ampliano i segni dell’una e dell’altra. Così come, se si focalizza l’attenzione sul paesaggio, si vedono territori attraversati da un fitto reticolo di cavi elettrici: sistema nervoso dei luoghi che trova il suo equivalente nel corpo umano. Per Morton Feldman la creazione musicale sottostà alla forma, diviene strumento per una riflessione sul tempo o meglio, sulla perdita del senso del tempo. Lì la musica e qui il teatro sono meccanismi scatenanti del disorientamento della memoria. Il testo è anch’esso sprofondamento e sospensione, visioni che si rincorrono, inconciliabili cercano tregua. Non c’è nessuna novità nella modernità. La riflessione è su una tradizione che si rifiuta di diventare conservazione ma che è continua ricerca verso il nuovo che è archetipo. Dove la memoria trascende i documenti e la testimonianza è orale, la tradizione è mobile e seme di disordine. Dove il pensiero è sconfitto e umile lì è il suo apice.