2026
Sayat-Nova (1712–1795) è stato un ashugh (cantore-poeta itinerante del Caucaso) autore di componimenti in armeno, georgiano e azero. Scriveva testi destinati al canto, accompagnandosi con strumenti a corda. La performance prende avvio dai suoi testi, nei quali amore, desiderio, spiritualità, perdita e contemplazione religiosa si intrecciano in una lingua di grande intensità lirica. Voce e strumenti si intrecciano dando corpo fonetico alle parole.
Da anni il mio lavoro attraversa la cultura armena. È un rapporto che nel tempo ha preso forme diverse, da spettacoli e lavori musicali come Affreschi. Due porte per Tebe, Ordan karmir, 1915 The Armenian Files e Ararat, realizzato con Giacomo Vanelli.
In questo solo parto dai testi di Sayat-Nova, che reciterò dal vivo, e da una materia sonora costruita con elettronica e clarinetto, insieme ad alcune parti cantate. Mi interessa la cultura armena non come qualcosa da conservare intatto o da riportare nel presente. È una cultura che ha continuato a cambiare forma: attraverso le lingue, i luoghi, la diaspora, la musica, la poesia e il rapporto con la memoria. Anche Sayat-Nova, con la sua scrittura in più lingue e il suo attraversamento di mondi culturali diversi, appartiene a questa dimensione mobile, non a un’idea chiusa di tradizione. Il mio lavoro nasce da qui. Non cerco di rendere contemporanei dei materiali antichi, perché quei materiali non hanno bisogno di essere aggiornati. Li attraverso con gli strumenti che mi appartengono oggi: la voce, il canto, il clarinetto, l’elettronica. È un percorso che continua una ricerca iniziata molto tempo fa, cercando ogni volta una forma possibile per stare dentro questa relazione. In questo caso la parola di Sayat-Nova diventa presenza fisica e sonora: una voce che arriva da lontano, ma che viene detta qui, adesso.
– RPD