2005
“A partire da parole di Daniel Varujan (1884-1915) e anche attraverso lo sguardo di Boghos Levon Zekiyan, prende forma Porpora. Uno spettacolo che, attraverso materiali semplici e quotidiani, trascende i materiali stessi per configurarsi come una meditazione sul colore, sugli elementi, sul tempo. Organismo alchemico fatto di fumo, fuoco, vapore, corpi, parole, suoni, cibi e bevande. Da pochissimi mesi Adriano Alpago-Novello (Alpaghian per gli amici armeni) non c’è più e Porpora vuole essere un piccolo segno di ringraziamento per la sua amicizia e per la sua straordinaria persona.”
– Roberto Paci Dalò
“Il porpora appare come immagine e forma dello spazio, quale eruzione dalle viscere degli abissi, quasi elemento primordiale reggente le strutture cosmiche, epifania degli arcani delle genesi e palingenesi divine. Di esso si tingono cielo, e terra, e mare, del suo fuoco divampano i capelli, la barba e gli occhietti del divinamento anziano fanciullo nascente. La voce armena per “porpora” è tzirani (letteralmente: color d’albicocca), etimologicamente legata a tziran, albicocca, mentre il frutto è quasi un simbolo dell’Armenia persino nella denominazione scientifica, prunus armeniaca, anche per il sapore e il colore non comuni dell’albicocca armena. Aveva, in quegli anni, qualcosa di mitico, tra gli armeni, il nome Alpago-Novello, quasi coperto da un alone di mistero tra venerazione e curiosità. Ma tu conosci Alpago-Novello! Come l’hai conosciuto? Come si lavora con lui? erano domande non infrequenti in incontri tra amici armeni. E va detto, credo, senza timori di esagerazione alcuna e senza voler offendere la modestia del collega e amico, che il sevizio reso da Adriano Alpago-Novello alla conoscenza e allo studio dell’arte medievale e, in particolare, dell’architettura armena sta agli apici di quanto sia stato fatto dagli armenisti occidentali nella seconda metà del secolo appena trascorso.”
– Levon Zekiyan