Dopo i Quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel del 1933, e la recente fama di Antonia Arslan da La masseria delle allodole in poi, 1915: the armenian files – un disco, una mostra e un’opera radiofonica di Roberto Paci Dalò – scava nelle ulcere della storia di un tragico evento che prefigura le deportazioni di massa hitleriane. Perché nel 1915, un milione mezzo di armeni furono deportati ed eliminati dai turchi dall’Impero Ottomano. Questa è la cifra feroce, pazzesca del genocidio armeno.
Non solo fonte di ispirazione letteraria, ma questa crudele vicenda dai lacci irrisolti è soprattutto oggetto di dispute, di discussioni osteggiate dal negazionismo turco.
“Per fortuna Paci Dalò non è uno storico ma un artista eccentrico. Compositore, regista, interprete cresciuto sotto il totem di Jhon Cage” scrive La Voce.
Per lo stesso quotidiano, l’artista confessa che, benché strategicamente pubblicato nell’anno del centenario, 1915 The Armenian Files non abbia come oggetto la pura e semplice commemorazione del luttuoso evento. Paci Dalò lavora infatti sul tema del genocidio armeno dagli anni ’80, da prima della fondazione di Giardini Pensili.
“Il disco” afferma l’artista “tenta una fusione fatale tra le poesie dedicate a un’Armenia pastorale e bucolica di Daniel Varoujan” poeta della patria tremendamente ucciso scuoiato vivo, dopo essere stato deportato da Costantinopoli, proprio nel 1915, “la musica tradizionale armena e le sonorità elettroniche”.
Molto apprezzato dall’Ambasciatore della Repubblica armena per non essere un lavoro dall’allure nostalgico-celebrativa, utilizza l’elettronica come eccelso mezzo divulgativo e di propagazione. Una cassa di risonanza per una platea più vasta, per un contenuto altrimenti riservato a pochi. Il disco, coprodotto da Arthub Shanghai e dall’Ambasciata della Repubblica Armena in Italia.
“Ho un problema con Erdogan” sottolinea alla stampa Paci Dalò. Egli ha il profilo netto dell’artista che di beghe politiche non s’interessa. Sostiene a testa alta che “parlare di cento anni fa” sia “come scattare una polaroid del dicembre 2015. C’è un conflitto russo-turco, c’è la deportazione degli armeni, che ha più di una affinità con il genocidio dei rifugiati e dei profughi attuato in questi mesi. Viene spontaneo domandarsi: che epoca stiamo rivivendo?”.
Sperando di prevenire “altri ulteriori genocidi”, il lavoro 1915 The Armenian Files è compiuto insieme alle “voci dei sopravvissuti”.